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Questo fu un grosso errore tattico da parte sua, perché facevano parte del Consiglio anche i tre più ardenti sostenitori della teoria dello stato costante modificato. Nel loro intimo, i tre erano d'accordo con Davidson sul fatto che la caccia all'asteroide fosse uno spreco inutile di denaro, però…

Davidson perse per un voto.

Tre mesi dopo, la sonda spaziale, ribattezzata Sita, fu lanciata da Fobos, la luna interna di Marte. Il suo volo durò sette settimane, e gli strumenti di bordo vennero attivati al massimo solo cinque minuti prima dell'intercettazione. Contemporaneamente, la sonda liberò una grande quantità di macchine fotografiche miniaturizzate e automatiche, che, sorpassando Rama, lo avrebbero fotografato da tutte le parti.

Le prime immagini, prese a diecimila chilometri di distanza, polarizzarono l'attenzione di tutta l'umanità. Su miliardi di teleschermi apparve un minuscolo cilindro liscio, che si andava ingrandendo di secondo in secondo. Quando ebbe raddoppiato le dimensioni iniziali, nessuno pensò più che fosse un oggetto di origine naturale.

Il suo corpo era costituito da un cilindro così geometricamente perfetto da sembrare tornito… se mai fosse esistito un tornio con un'apertura di cinquanta chilometri. Le due basi erano piatte, salvo alcune piccole sporgenze al centro di una faccia, ed avevano un diametro di venti chilometri. Visto sullo schermo, poteva sembrare uno scaldabagno.

Rama continuò a crescere fino a occupare tutto lo schermo. La sua superficie era di un grigio opaco, spento, come il grigiore della Luna, ed era liscia, salvo che in un punto, a metà della lunghezza, dove si vedeva una macchia, o un graffio, lungo un chilometro, come se qualcosa l'avesse urtato o strisciato chissà quanto tempo prima.

A occhio e croce, l'urto non aveva recato danni alle pareti rotanti di Rama, ma quella tacca era la causa della lieve variazione di luminosità scoperta da Stenton.

Le immagini delle microcamere non aggiunsero niente di interessante, anche se la misurazione del lievissimo campo gravitazionale di Rama fornì un altro dato fondamentale: la massa del cilindro.

Era troppo leggero per essere compatto. Rama doveva esser cavo.

L'incontro, a lungo atteso e temuto, era finalmente prossimo. L'umanità stava per accogliere il primo ospite venuto dalle stelle.

4

Il Comandante Norton ripensava a quelle prime trasmissioni TV negli ultimi minuti prima del rendez-vous. Ma c'era una cosa che nessuna immagine elettronica poteva rendere nella sua intierezza: la mole enorme di Rama.

Quando era sbarcato su corpi naturali come la Luna o Marte, non aveva mai avuto un'impressione simile. Quelli erano mondi ed era naturale che fossero grandi. Ma era anche sceso su Giove VIII, di poco più grande di Rama, e gli era parso molto piccolo.

Era facile spiegare il paradosso. Il suo giudizio era alterato dal fatto che Rama non era un corpo naturale, ma artificiale, ed era milioni di volte più grande e pesante di qualsiasi manufatto lanciato dall'uomo nello spazio. Rama aveva una massa di almeno dieci trilioni di tonnellate, cosa che non solo lasciava sbalordito qualunque spaziale, ma che incuteva anche terrore. Non c'è quindi da meravigliarsi se Norton si sentiva miserabilmente piccolo e depresso via via che quel cilindro di metallo, vecchio di ere, andava occupando sempre più spazio nel cielo.

Inoltre sentiva aleggiare intorno una sensazione di pericolo che non aveva mai provato. Durante gli sbarchi precedenti aveva sempre saputo cosa avrebbe trovato: c'era la possibilità di incidenti, ma non di sorprese. Con Rama, invece, l'unica certezza era la sorpresa.

Adesso, la Endeavour si librava a meno di mille metri sopra il polo nord del cilindro, al centro esatto del disco rotante. Aveva scelto quell'estremità perché illuminata dal Sole. Per effetto della rotazione di Rama, le ombre delle basse, enigmatiche strutture che si ergevano in vicinanza dell'asse, si spostavano regolarmente sulla liscia superficie metallica. La faccia settentrionale di Rama era una gigantesca meridiana che misurava il rapido passaggio della sua giornata di quattro minuti.

L'atterraggio di un'astronave di cinquemila tonnellate al centro di un disco rotante non era il problema che assillava maggiormente Norton. Era più o meno come attraccare all'asse di una grossa stazione spaziale. I reattori laterali della Endeavour avevano già provveduto a impartire all'astronave una rotazione uguale a quella di Rama, e Norton sapeva che il tenente Joe Calvert era perfettamente in grado di farla scendere leggera come un fiocco di neve, con o senza l'aiuto del computer di navigazione.

— Fra tre minuti sapremo se è fatto di antimateria — disse Joe Calvert senza staccare gli occhi dallo schermo.

Norton fece una smorfia ricordando qualcuna delle più orripilanti teorie circa l'origine di Rama. Se quelle supposizioni improbabili rispondevano al vero, fra pochi secondi si sarebbe verificata la più potente esplosione da quando si era formato il sistema solare. La distruzione completa di diecimila tonnellate di materia sarebbe stata in grado di fornire in un attimo i pianeti di un secondo Sole.

Ma nel corso dei preparativi della spedizione era stata tenuta presente anche questa remota possibilità, perciò la Endeavour aveva sfiorato Rama con lo scarico di uno dei suoi reattori, mantenendosi a distanza di sicurezza. Quando la nube di vapore in espansione aveva colpito il bersaglio, non c'era stata nessuna reazione, mentre un contatto fra materia e antimateria (anche pochi milligrammi) avrebbe dato luogo a uno spettacolo pirotecnico mai visto.

Come tutti i Comandanti spaziali, Norton era un uomo prudente. Aveva esaminato a lungo e con estrema attenzione la faccia settentrionale di Rama alla ricerca del punto migliore per atterrare. Dopo averci pensato e ripensato, decise di evitare il punto più ovvio, e cioè il centro esatto, l'asse. Sul polo era segnato distintamente un disco circolare del diametro di un centinaio di metri, che doveva essere probabilmente la parte esterna di un enorme portello stagno. Le creature che avevano costruito quel mondo cavo dovevano per forza essere entrate nell'interno da qualche parte. E quello era il posto logico per situare l'entrata principale. Perciò Norton pensava che sarebbe stato insensato bloccarlo con l'astronave.

Ma quella decisione generò altri problemi. Se la Endeavour scendeva in un punto eccentrico, anche di pochi metri soltanto, rispetto all'asse, la rapida rotazione di Rama l'avrebbe respinta. Dapprima la forza centrifuga sarebbe stata appena percettibile, ma continua e inesorabile. L'idea della nave che scivolava attraverso la pianura polare a velocità sempre maggiore fino ad essere scagliata, oltre il bordo, a mille chilometri all'ora, nello spazio, non era certo attraente.

Forse il leggerissimo campo gravitazionale di Rama, pari a un millesimo di quello terrestre, avrebbe potuto impedirlo, trattenendo la Endeavour sulla spianata metallica con una forza di parecchie tonnellate, e se la superficie si fosse rivelata abbastanza scabra, l'astronave avrebbe potuto restare vicino al polo. Ma Norton non aveva intenzione di mettere sul piatto della bilancia un attrito di cui non conosceva la forza, contro quella centrifuga che gli era perfettamente nota.

Per fortuna, gli ideatori di Rama avevano provveduto a una soluzione. Intorno all'asse polare erano disposte, a intervalli regolari, tre strutture basse e tonde che parevano grosse scatole per pillole. Se la Endeavour si fosse posata tra due di quelle sporgenze, la spinta centrifuga l'avrebbe attirata contro di esse, tenendola ferma, come una nave saldamente attraccata a un molo durante una mareggiata.