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E dove sono adesso, dove io ed Eric siamo seduti, sdraiati, a dormire, a guardare, in questa calda giornata d’estate, tra sei mesi cadrà la neve. Il ghiaccio e il gelo, la brina e la condensa, il vento ululante che arriva dalla Siberia, spinto sopra alla Scandinavia a spazzare il Mare del Nord, le acque grigie del mondo e l’aria livida dei cieli. Tutte queste cose poggeranno le loro mani fredde e decise su questo posto, e ne prenderanno possesso.

Voglio ridere, o piangere, o tutt’e due le cose, mentre sto qui a pensare alla mia vita, alle mie tre morti. Quattro, ora, visto che la verità di mio padre ha ucciso ciò che io ero.

Ma sono ancora io. Sono la stessa persona di prima, con gli stessi ricordi e gli stessi eventi vissuti, le stesse (piccole) mete raggiunte, gli stessi (spaventosi) crimini sulla coscienza.

Perché? Come ho potuto fare quelle cose?

Forse perché pensavo di aver avuto tutto ciò che veramente contava al mondo, l’unico elemento valido per la conservazione della specie, e mi era stato sottratto ancora prima che potessi capirne il valore. Forse avevo ucciso per vendetta, facendomi malignamente pagare il pedaggio — per mezzo dell’unico potere di cui abbia potuto disporre — da coloro che erano transitati nel mio raggio d’azione. Coloro che, uguali a me, sarebbero diventati ciò che io mai avrei potuto diventare: una persona adulta.

Mancandomi una volontà, per così dire, me ne sono dovuta creare un’altra. Per poter leccare le mie ferite, ho finito per eliminare loro, contraccambiando con un’innocenza furiosa quella castrazione che non avevo avuto modo di avvertire fino in fondo, ma che in qualche modo — forse attraverso l’atteggiamento degli altri — avevo percepito come una perdita ingiusta e irreparabile. Non avendo alcuna finalità nella vita o nella procreazione, avevo spietatamente investito ogni energia nell’esatto contrario, e avevo così trovato il negativo e la negazione di quella fecondità che solo agli altri era data perseguire. Credo di aver deciso che, non potendo mai diventare un uomo, visto che questa possibilità mi era stata preclusa, avrei tolto la stessa possibilità a quelli che mi stavano intorno. Fu così che mi trasformai nell’omicida, una figura che vagamente ricordava quella del soldato eroico e implacabile, o comunque vi rendeva omaggio, almeno in tutta la roba che avevo visto o letto. E così mi cercavo le armi, me le costruivo, e mi sceglievo le vittime tra quelle prodotte più di recente attraverso quell’unico atto che io ero incapace di compiere. Fin lì erano miei pari: pur possedendo la potenzialità riproduttiva, a quell’età non avevano certo più possibilità di quante ne avessi io di compiere l’atto necessario. Chiamiamola pure invidia del pene.

Adesso so che è stato tutto inutile. Non c’era niente da vendicare, solo una bugia, un inganno che avrebbe dovuto essere smascherato, un travestimento che mi avrebbe consentito di guardare all’esterno, anche se alla fine ero io a non volerlo. Avevo l’orgoglio. Eunuco ma unico. Una presenza nobile e feroce in quelle terre, il guerriero storpio, il principe caduto…

Adesso mi accorgo che ero soltanto l’idiota.

Ho l’impressione che la fede nella mia suprema ferita, nel vero e proprio taglio che mi aveva separato dalla società, mi avesse portato a prendere la mia vita troppo sul serio, e quella degli altri, per la stessa ragione, troppo alla leggera. Gli assassinii erano per me come un concepimento. Erano come il sesso. La Fabbrica era il mio tentativo di costruire la vita, di rimpiazzare quel coinvolgimento che altrimenti non avrei voluto.

Be’, con la morte è più facile che le cose riescano bene.

Dentro quella grande macchina le cose non erano così trite e ritrite (o forse maciullate) come lo sono apparse nella mia esperienza. Ognuno di noi, nella sua Fabbrica personale, può pensare che, una volta imboccato un corridoio, il suo destino sia suggellato e ineluttabile (da sogno o da incubo, banale o bizzarro, buono o cattivo). E invece basta una parola, uno sguardo, una svista… e tutto può cambiare, tutto può essere modificato, e la sala rivestita di marmi diventa una fogna, e il labirinto dei topi un sentiero dorato. La nostra destinazione è la stessa, alla fine, ma il viaggio — in parte scelto, in parte prestabilito — cambia per ognuno di noi, anche mentre viviamo e mentre cresciamo. Credevo che una delle porticine mi si fosse chiusa alle spalle anni addietro, e invece stavo ancora arrampicandomi su per la facciata. Adesso la porta si chiude, e comincia il mio viaggio.

Guardo ancora Eric e sorrido, annuendo tra me al soffio della brezza, con le onde che s’infrangono e il vento che alza gli spruzzi e muove l’erba, e qualche uccello che stride. Immagino che dovrò dirgli cosa mi è successo.

Povero Eric, è tornato a casa a trovare suo fratello solo per scoprire che (Zap! Paw! Saltano le dighe! Scoppiano le bombe! Sfrigolano le vespe: ttssss!) ha una sorella.

FINE