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Il filo era arrotolato attorno al suo collo. Anzi due fili: uno gli stringeva la vita. Riuscì ad alzare la testa sul cuscino e guardò oltre l’orlo del letto, sulla destra. Il filo che si avvolgeva lentamente attorno alla sua gola correva sul materasso, scendeva dal letto, s’infilava sotto il tavolino di vetro; ma non usciva dalla lampada, come lui credeva. Era stato strappato dalla lampada. L’estremità mozza penetrava direttamente nella presa della parete. Cole sentì qualcosa muoversi, mordergli la nuca all’attaccatura del collo. La cosa si fermò lì, ma non ci fu nessuna scossa.

D’altronde (lo capì ragionando in base a un’obiettività isterica), ormai il suo corpo non avvertiva più sensazioni. Le sue membra erano pesanti, morte, possedute.

Indubbiamente, in quel momento una corrente elettrica molto forte lo attraversava, ma lui non poterva sentirla. Indubbiamente. Senza dubbio. Probabilmente. Così pare. Frasi beffarde, assurde, che risuonavano vaghe nel suo cervello in agonia.

Cole emise un gorgoglio e svenne.

Quando rinvenne, era quasi mezzogiorno. Ma lui non sapeva che ora fosse. Non poteva guardare un orologio o una sveglia, perché non poteva muoversi. Sopra di lui si muovevano cose, strisciavano, avanzavano. Fili, fili neri di impianti elettrici, che scivolavano, che lo avvolgevano sinuosamente. Che lo trasformavano.

Città? Un urlo muto. Città!

Nessuna risposta.

E Catz dov’era? Ma gli aveva detto che sarebbe rimasta fuori fino alla sera del giorno dopo. “Tanto meglio che non sia qui a vedere quello che sta succedendo” pensò Cole. “Tenterebbe di interferire. Ma è inutile opporsi.”

Cole sapeva di stare morendo.

A volte, la follia non è un’aberrazione. A volte è una reazione indispensabile. A volte è l’unica via d’uscita.

Esistono alcuni terrori che non si possono affrontare senza l’aiuto della follia. È sempre stato così, e molti lo hanno detto. È una verità che tutti conoscono. Esistono alcuni terrori…

E uno di questi terrori è la paralisi che avanza poco per volta, il tipo di paralisi che sembra dover durare per sempre. Essere intrappolati sotto il peso di una città; essere sepolti vivi; tramutarsi in pietra; congelare… Pensando, vivendo tutto, avvertendo lo smorzarsi progressivo dell’io.

Cole provò le stesse sensazioni che aveva immaginato di provare se si fosse trovato fra due pareti che si stringevano, schiacciato poco per volta dalle mascelle di un mostro artificiale.

Si chiese se Città potesse almeno togliere il dolore. Se volesse togliere il dolore.

Città non voleva… E il dolore stava arrivando, penetrava la coltre d’intorpidimento, come un autocarro enorme, mostruoso, che sbucasse all’improvviso dalla nebbia fitta; gli si scagliava addosso, ridondante di frastuono, di un’indicibile accelerazione metallica.

Un dolore intensissimo.

Esistono alcuni terrori…

Cole non era in grado di emettere nemmeno un gemito. Ma, dentro, rise. E si chiese, mentre il dolore correva su e giù per la sua spina dorsale, mentre invadeva con forza incontrollabile i suoi nervi, ogni suo nervo, si chiese che fine avesse fatto Pearl. E Catz. E…

Rideva perché era al di là delle urla.

Città…

Un tuono bianco…

Cole si mise a fissare il soffitto, fingendo che racchiudesse il mondo intero.

Era schiacciato sotto il peso di una città, finché non giunse la morte a togliere il peso dalle sue spalle.

Fu la voce di Catz a ridestarlo da quello stato.

Si trovò in piedi vicino al letto, a guardare la ragazza. Non ricordava di essersi alzato. Ricordava che non riusciva a muoversi, che era inchiodato al letto, che si sentiva legare, soffocare, e… cambiare. E poi un caleidoscopio delle cianografie di Città, e tenebre che lo risucchiavano. E adesso era lì, guardava Catz, che se ne stava ferma sulla soglia della camera da letto, sbadigliava, si sfregava gli occhi.

Erano le otto di sera. La stanza era buia, la figura sul letto irriconoscibile.

Chissà chi c’era sul letto, si chiese Cole. — Catz? — disse, e la sua voce fece nascere strani echi. Era una voce e non era una voce. Ridacchiò.

Sul letto c’era qualcuno. Non era Cole e non era Catz.

Catz protese una mano, accese il lampadario.

Cole sbarrò gli occhi. La figura sul letto era trasparente. L’intera stanza (si guardò attorno, meravigliato) era trasparente. E anche Catz era trasparente. Come negli ologrammi da due soldi. Le pareti erano fatte di una nebbia stranamente immobile, attraverso cui riusciva a vedere i fili dell’impianto elettrico e le travi e l’altra stanza e il corridoio esterno… E, oltre il corridoio, la nebbia si infittiva a nascondere tutto il resto. Cole guardò la propria mano. Era solida, era vera. A quanto pareva, l’unica cosa concreta rimasta nel mondo era lui.

E la figura sdraiata sul letto era Cole. Affondava nel materasso, come oppresso da un peso gigantesco. Il che era strano, dato che era semitrasparente, e di conseguenza fragile, inconsistente.

E poi ogni tessera del mosaico andò al suo posto, e Cole capì d’improvviso cento cose, una dopo l’altra, finché non tremò sotto il peso della rivelazione e dovette farsi forza per non crollare. Ecco qui tre delle sue rivelazioni:

1) Lui era morto. Defunto.

2) La figura sul letto era il suo corpo, trasmutato e invasato.

3) Dal suo punto di vista attuale, il punto di vista del nuovo corpo (un corpo astrale?), il mondo era una cosa esile, c’era e non c’era. Il mondo gli si svelava nella sua vera natura di illusione transitoria; ma, dal punto di vista di Catz, era lei a essere vera, mentre Cole era morto. Per lei, a tutti gli scopi pratici, lui era morto.

Queste sono tre. Aggiungiamone una quarta.

4) Non era morto. Era vivo; in un nuovo corpo, in un nuovo stato dell’essere. Solo il vecchio Cole era morto.

Era vivo, e in grado di pensare. Però non era più padrone di sé.

Città aveva ucciso il vecchio Cole. Aveva scelto di possedere il suo corpo, già preparato dai rapporti precedenti fra loro. Il corpo di un uomo posseduto da un’intera città: ecco cosa giaceva sul letto.

Catz stava urlando.

Scuoteva le spalle del Cole defunto, cercava di trasmettergli la vita premendogli le mani sul petto. Ma la sue nocche sanguinavano al minimo urto contro il corpo. Catz se ne accorse e indietreggiò, spalancò la bocca, la coprì con dita tremanti. I suoi occhi sbarrati, vuoti, urlavano che aveva capito.

Il corpo nudo sul letto si era tramutato in pietra.

Ma la pietra, animata da Città, poteva muoversi, piegarsi e incresparsi come pelle. La figura sul letto si mosse. Il letto scricchiolò per il peso enorme. Gli occhi restavano chiusi. La figura si alzò. La sua testa ondeggiava in qua e in là, a destra e a sinistra, come un radar che esplorasse la stanza. Lentamente, la figura s’incamminò verso lo specchio della parete opposta, restò immobile a scrutarsi. I suoi lineamenti duri, decisi, non registrarono il minimo cambiamento. Il viso era quello di Cole, l’espressione quella di Città. Il fu Cole alzò le mani a coprirsi gli occhi; la metà superiore del suo viso, adesso, era nascosta dai palmi aperti. Restò in quella posizione per dieci secondi, mentre Catz, orripilata, se ne stava immobile contro la parete, fissandolo boccheggiante. Poi la figura abbassò le mani, e dove un tempo esistevano gli occhi adesso c’erano occhiali da sole, direttamente incorporati nel tessuto della testa. Città si girò a guardare Catz, riempiendo dell’immagine di lei le lenti a specchio. L’espressione di Catz, un disgusto assoluto, venne riflessa due volte. — Catz! — disse Cole. Lei guardò verso il punto in cui si trovava lui, stupita. A quanto pareva, non riusciva a vederlo; però lo aveva sentito. — Non mi vedi?