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Riflettendo, si disse che non era risentito perché si erano appropriati del suo corpo. Era stato inevitabile; lui si era affidato completamente a Città. E Città non aveva responsabilità particolari. Non più di ogni altro abitante di San Francisco. Era semplicemente una manifestazione fisica delle frustrazioni inconsce che si formavano e deformavano nell’inconscio collettivo.

— Non capisco perché continuino a restare uniti, visto che i loro capi sono morti.

— Bisogno di sicurezza — rispose Città. — Il che è stupido. Non hanno il cervello di capire che i loro capi sono stati uccisi tutti in gruppo perché il fatto di essere uniti li rendeva bersagli più facili. Restano assieme perché pensano che ciò che ha ammazzato i capi vorrà ammazzare anche loro. Hanno ragione. Ma non sarebbe così se si dividessero; e invece, siccome formano un tutto unico, un nucleo cancerogeno, dovrò distruggerli. E lasciare che loro distruggano me…

— Oh? È proprio necessaria, quest’ultima parte?

Città annuì, impercettibilmente. — Come è già successo. Il sangue che feconda.

Cole disse, sognante: — Come quando ti hanno colpito con la macchina e il tuo sangue è corso sulla strada e la strada è esplosa per vendicarti… è un rito.

— Se vuoi. È necessario.

Si stava avvicinando qualcuno: una ragazzina che portava a spasso un terrier. La ragazza e il cane entravano e uscivano dalla trasparenza; i loro organi interni diventavano visibili per un attimo, i percorsi del sangue delineavano i loro corpi. Cole divideva il loro flusso temporale, li osservava in un solo posto per volta, passo dopo passo. Accanto ai due c’era un individuo solido: un uomo adulto, nudo, che piangeva. Un uomo che doveva essere sui trent’anni quando era morto, decise Cole. Superarono Cole e Città sulla destra; la ragazza spalancò gli occhi quando vide Città, ma non disse niente; il cane s’irrigidì, diede uno strattone al guinzaglio, si gettò da parte per allontanarsi il più possibile da Città. La ragazzina non vedeva Cole o l’uomo che aveva accanto. Probabilmente era suo padre, morto da poco. Era il primo spirito incarnato, a parte se stesso, che Cole incontrasse. Ma l’uomo si limitò a un cenno del capo in direzione di Cole, poi riportò gli occhi, tristissimi, sulla ragazzina. — Twyla — gemette. Lei non lo sentì, ma il cane rizzò le orecchie, si liberò, corse via col guinzaglio che strisciava sull’asfalto. La ragazzina si mise a rincorrere il cane, urlando; e il padre che le era invisibile, singhiozzando, la seguì al galoppo.

Cole provò un brivido di freddo. Per la prima volta dopo la propria morte si sentiva infelice. E, con quella sensazione, gli giunse il richiamo di un altro luogo. Quale?

— Hai intenzione di lasciarmi? — chiese Città. Nella sua voce c’era un punta di rimpianto.

— No — rispose Cole dopo un attimo. — Non ti lascerò mai. Mai, finché tu esisterai. Tra una quarantina di anni del loro tempo, la città sarà quasi morta. Il Tif e gli altri sistemi elettronici renderanno possibile il Villaggio Globale. Tutte le comunità saranno piccole, poche centinaia di persone, e prenderà forma un tipo diverso di mente collettiva. E allora tu non esisterai più, non avrai bisogno di me, e io andrò in quell’altro luogo. Adesso, in un certo senso, sono più libero. Viaggerò, dovrò andare a Chicago. Ma sarò sempre qui in un’altra linea temporale, e il primo, relativamente parlando, il primo Cole, che vivrà in sintonia con quella linea temporale, tornerà sempre da te.

Cole aveva parlato dolcemente, rassicurante. Città aveva ascoltato impassibile, continuando a camminare implacabilmente nella sera. Però aveva sentito, Lui e lei e loro, tutti coloro che erano Città, sapevano che fra loro camminava un amico invisibile.

Si fermarono di fronte a una casa stile ranch, col prato ben curato e illuminato: due pastori tedeschi, legati alla catena davanti al portico, ringhiarono. — Dev’essere questo il posto — disse Cole, secco. — Uh… Ti succederà qualcosa, qui?

— Sì. Questa è una parte della mia città. In cantina hanno un arsenale di esplosivi al plastico. Li farò detonare. Puoi entrare a goderti l’esplosione. È un’esperienza fantastica, far parte di un ciclone che non può farti male. Gloriosa.

— Tutte le esplosioni sono gloriose — convenne Cole. — Città… Perché adesso non emani musica?

— La disco? Non è più necessaria. All’inizio mi è servita per attirarti e legarti a me. Ipnosi.

— Vedo — disse Cole (anche se lo sapeva già, a un certo livello). — Ma la vera ragione per cui te l’ho chiesto…

— Vuoi la disco music? — chiese Città. — Sei un sentimentale.

— No. È solo che mi sembra giusto.

Città annuì e s’incamminò sul prato, spettrale e terribile alla luce delle lampade disseminate sull’erba. Irradiava una musica elettronica, estremamente ritmata. Cole, dalla sua nuova prospettiva, vedeva la musica. Le onde sonore s’intrecciavano a formare disegni cubisti che si adattavano perfettamente all’arrangiamento musicale.

Cole lo seguiva a qualche passo di distanza, camminando su piume e nubi.

I cani balzarono su Città non appena l’ebbero a portata di zanne. Un istante dopo, tutt’e due corsero indietro ululando. Perdevano sangue dai denti che si erano spezzati sulla pelle inattaccabile di Città.

La porta si spalancò, e un uomo con la pistola… morì, esattamente un secondo dopo aver sparato, quando Città penetrò col braccio il ventre dell’uomo, come se fosse fatto di cotone.

— Ehi, non riesco ad aprire la porta sul retro! — urlò qualcuno.

— Lascia stare — gridò qualcun altro. Cole seguì Città in casa: il soggiorno era in disordine, puzzava di sudore. Diversi uomini uscivano di corsa dalla stanza, le spalle girate verso loro due; si ammucchiavano quasi l’uno sull’altro sulla scala che scendeva in cantina.

— Quell’affare ha fatto a pezzi Billy! È un fottuto robot!

— Prendete quei maledetti esplosivi… State attenti!

— Inneschiamone qualcuno, poi usciamo dalla finestra della cantina…

— La finestra è chiusa! Non si rompe!

— Ehi, non girare quel…

Cole era a metà della scala quando la casa esplose. Cavalcò le onde d’urto e guardò le macerie che volavano via, che lo attraversavano senza fargli niente. Si chiese se fosse lui a passare attraverso loro, o loro attraverso lui.

Provò piacere nel guardare la cascata di cemento e legno e plastica e polvere e sangue. L’esplosione fu gloriosa.

Epilogo

Catz Wailen si tolse la cuffia. Era sola nello studio di registrazione invaso dalle ombre.

Si strinse la testa fra le mani, tremò per l’improvviso liberarsi della tensione nervosa. Singhiozzò, ma dai suoi occhi non scesero lacrime.

Dopo un po’ si alzò. Con voce spezzata dalla stanchezza, chiese: — Stu? Sei qui con me in questo momento?

Non ci fu risposta. Ma qualcosa sussurrò dagli angoli più bui della stanza. Una corrente d’aria, forse.

Catz si stiracchiò, fece schioccare le nocche delle mani. Poi si sdraiò sul tappeto, e cercò di rilassarsi. La sua bocca era chiusa, ma lei stava chiamando. Chiamava da un punto nascosto nel profondo del suo essere.