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Controllò l’orologio. Non le restava più tempo. Voleva essere all’auditorium quando fosse entrato il vampiro Lestat; voleva trovarsi ai piedi del palcoscenico.

Eppure esitava, fissando le rose bianche sul comodino. Dalla finestra aperta vedeva il cielo meridionale, pieno di un fievole chiarore arancio. Prese il biglietto accanto ai fiori e lo rilesse ancora una volta.

Mia cara,

ho appena ricevuto la tua lettera; dato che sono lontana da casa ha impiegato diverso tempo per raggiungermi. Capisco il fascino che quell’essere, Lestat, esercita su di te. Suonano la sua musica persino a Rio. Ho già letto i libri che mi hai inviato. E so delle tue indagini su quell’essere per conto del Talamasca. In quanto ai tuoi sogni sulle gemelle, dovremo parlarne. È della massima importanza. Perché vi sono altri che hanno gli stessi sogni. Ma ti prego… anzi no, ti ordino di non andare a quel concerto. Devi rimanere nel complesso di Sonoma fino al mio arrivo. Lascerò il Brasile al più presto possibile. Aspettami. Ti voglio bene.

Tua zia Maharet

«Maharet, mi dispiace», mormorò Jesse tra sé. Ma era impensabile per lei non andare al concerto. E se al mondo c’era qualcuno che avrebbe capito, era Maharet.

Il Talamasca, per il quale aveva lavorato per dodici lunghi anni, non le avrebbe perdonato se avesse disobbedito agli ordini. Ma Maharet conosceva la ragione. Maharet era la ragione. Maharet avrebbe perdonato.

Era stordita. L’incubo non aveva ancora cessato il suo effetto. Gli oggetti sparsi nella stanza sparivano nell’ombra, e tuttavia il crepuscolo splendeva così fulgido e improvviso, che persino le colline boscose restituivano la luce. E le rose erano fosforescenti, come la pelle bianca delle gemelle nel sogno.

Rose bianche… Si sforzò di ricordare qualcosa che aveva sentito dire a proposito delle rose bianche. Si mandano le rose bianche a un funerale. Ma no, Maharet non poteva averlo pensato davvero.

Jesse prese uno dei fiori con entrambe le mani e i petali si staccarono immediatamente. Che dolcezza. Se le portò alle labbra: e ritornò a lei un’immagine fievole e tuttavia lucente da un’estate lontana, l’immagine di Maharet in quella casa, in una stanza illuminata dalle candele, distesa su un letto di petali di rose, tanti petali bianchi, gialli e rosa, che aveva raccolto e accostato al volto e alla gola.

Jesse l’aveva veduto veramente? Tanti petali di rosa impigliati nei lunghi capelli rossi di Maharet. Capelli come quelli di Jesse. Come quelli delle gemelle del sogno… folti e ondulati e striati d’oro.

Era uno dei cento ricordi frammentari che successivamente non sarebbe riuscita a inserire in un quadro generale. Ma non aveva più importanza, ciò che poteva o non poteva ricordare di quell’estate sognante e perduta. Il vampiro Lestat attendeva: vi sarebbe stata una conclusione, se non una risposta.

Si alzò. Indossò il giubbotto liso, che era come la sua seconda pelle, sopra la camicia da uomo aperta sul collo, e i jeans. Infilò gli stivali logori. Si passò la spazzola sui capelli.

E adesso doveva prendere congedo dalla casa vuota che aveva occupato quella mattina. Le dispiaceva lasciarla. Ma venire lì l’aveva fatta soffrire ancora di più.

Alla prima luce era arrivata al margine della radura, ed era rimasta sorpresa nello scoprire che era immutata dopo quindici anni: un ampio edificio costruito ai piedi della montagna, con i tetti e i colonnati velati dai tralci dei convolvoli azzurri. In alto, seminascoste sui pendii erbosi, alcune finestrelle segrete rispecchiavano i primi bagliori della luce mattutina.

S’era sentita come una spia, quando aveva salito i gradini tenendo in mano la vecchia chiave. A quanto pareva nessuno era stato lì da mesi. C’erano foglie e polvere ovunque.

Eppure c’erano le rose che attendevano nel vaso di cristallo, e la lettera destinata a lei appuntata alla porta, in una busta che conteneva anche la nuova chiave per la porta d’ingresso.

Per ore e ore aveva vagato, esplorato, rivisitato. Non aveva importanza che fosse stanca, e che avesse guidato per tutta la notte. Doveva percorrere le lunghe gallerie in ombra, muoversi nelle stanze spaziose e imponenti. La casa non le era mai sembrata tanto simile a un palazzo rudimentale, con le enormi travi di legno che reggevano i soffitti a tavolato, e i comignoli arrugginiti che salivano dai focolai rotondi di pietra.

Anche i mobili erano massicci, i tavoli, le poltrone e i divani di legno non rifinito carichi di soffici cuscini di piuma, scaffali e nicchie ricavati nelle pareti di adobe.

Quel luogo aveva una rozza grandiosità medievale. Gli oggetti d’arte maya, le coppe etnische e le statuette ittite sembravano perfettamente inseriti tra le finestre incassate e i pavimenti di pietra. Era come una fortezza. Dava una sensazione di sicurezza.

Solo le creazioni di Maharet erano piene di colori brillanti come se li avessero sottratti agli alberi e al cielo. Il ricordo non ne aveva esagerato la bellezza. I tappeti di lana morbidi e spessi che ripetevano il motivo dei fiori e delle erbe dei boschi, come se il tappeto fosse la terra. E gli innumerevoli cuscini con le bizzarre figure stilizzate e gli strani simboli, e infine le gigantesche trapunte appese, arazzi moderni che coprivano le pareti con immagini infantili di campi, ruscelli, montagne e foreste, cieli dove troneggiavano insieme il sole e la luna, e nubi splendide e pioggia. Avevano la potenza vibrante della pittura primitiva con quella miriade di pezzetti di stoffa, cuciti così meticolosamente da creare il dettaglio dell’acqua che precipitava e della foglia che cadeva.

Jesse s’era sentita morire nel rivedere tutto ciò.

A mezzogiorno, affamata e stordita dalla lunga notte di veglia, aveva trovato il coraggio di alzare il paletto della porta sul retro, che portava alle stanze prive di finestre all’interno della montagna. Aveva seguito il passaggio di pietra trattenendo il respiro. Il cuore le batteva forte quando aveva trovato la biblioteca e aveva acceso le lampade.

Ah, quindici anni prima, l’estate più felice della sua vita. Tutte le successive avventure meravigliose, la caccia ai fantasmi per conto del Talamasca, non erano paragonabili a quel periodo magico e indimenticabile.

Lei e Maharet insieme in quella biblioteca, con il fuoco acceso. E gli innumerevoli volumi della storia della famiglia che la sbalordivano e l’entusiasmavano. L’albero genealogico della «Grande Famiglia», come la chiamava sempre Maharet, «il filo al quale ci aggrappiamo nel labirinto che è la vita». Con quanta affettuosa cura aveva preso i libri per Jesse e le aveva aperto i forzieri che contenevano i vecchi rotoli di pergamena.

Jesse non aveva accettato completamente, quell’estate, le implicazioni di tutto ciò che aveva visto. C’era stata una lenta confusione, una deliziosa sospensione della realtà ordinaria, come se i papiri coperti da una scrittura inclassificabile appartenessero più giustamente al sogno. Dopotutto, Jesse era già diventata un’esperta archeologa, a quel tempo. Aveva partecipato agli scavi in Egitto e a Gerico. Eppure non riusciva a decifrare quegli strani glifi. In nome di Dio, quanto erano antichi?

Poi, per anni, aveva cercato di ricordare altri documenti che aveva veduto. Sicuramente una mattina era entrata nella biblioteca e aveva scoperto una stanza sul retro, con una porta aperta.

S’era avviata in un lungo corridoio, passando davanti ad altre stanze buie. Aveva trovato un interruttore della luce, e infine aveva visto un grande magazzino pieno di tavolette d’argilla… tavolette coperte di minuscole figure! Senza dubbio, le aveva tenute fra le mani.

Era accaduto anche qualcos’altro, qualcosa che non aveva mai desiderato veramente rievocare. C’era un altro corridoio? Sapeva con certezza che c’era una scala ricurva, in ferro, che l’aveva portata giù, nelle camere inferiori dalle semplici pareti di terra. C’erano minuscole lampadine in vecchi portalampada di porcellana. Per accenderle, aveva tirato le catenelle che penzolavano da ciascuno.