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Quella sera, quando lui lasciò l’opificio, Valona March gli si mise accanto. Dapprima lui non se ne accorse neppure. Poi si fermò e la guardò. Aveva i capelli biondo-castano, e li portava raccolti in due grosse trecce strette da due minuscole spille calamitate e ornate di pietre verdi. Erano spille da poco prezzo e avevano un aspetto usato. Indossava un semplice vestito di cotone più che sufficiente in quel clima mite.

«Ho saputo che all’ora di colazione è successo qualcosa» disse Valona.

Parlava con l’accento spiccato, pesante dei contadini. Il linguaggio di Rik invece era ricco di vocali aperte e aveva un’intonazione nasale.

«Non è successo niente, Lona» mormorò Rik.

Lei insistette: «Ho saputo che hai detto di ricordare qualcosa. È vero, Rik?»

Anche lei lo chiamava Rik. Non vi era altro modo come chiamarlo. Non ricordava il suo vero nome, anche se aveva cercato disperatamente di ricordarselo e Valona lo aveva aiutato. Un giorno era riuscita a ottenere chissà come una vecchia guida cittadina e gli aveva letto tutti i nomi di nascita, ma tutti gli erano sembrati sconosciuti.

Rik la fissò e disse: «Dovrò lasciare l’opificio.»

Valona aggrottò la fronte. «Non credo che tu possa andartene. Non sarebbe giusto.»

«Bisogna che sappia di più su me stesso.»

Valona si morsicò le labbra. «Forse non ti conviene.»

Rik distolse lo sguardo da lei. Sapeva che la sua preoccupazione era sincera. Prima di tutto era stata lei a ottenergli l’impiego all’opificio perché lui non aveva alcuna esperienza di macchine e di meccanismi, o forse sì, ma non se ne ricordava. In ogni caso Lona aveva insistito dicendo che lui era troppo mingherlino per essere adibito alle fatiche manuali e avevano acconsentito a impartirgli un addestramento tecnico gratuito. Prima di questo, nei giorni spaventosi durante i quali non riusciva quasi ad articolare parola e quando non sapeva neppure che cosa fosse il cibo essa lo aveva curato e nutrito.

Era stata Valona a tenerlo in vita.

Disse: «Devo andare.»

«Ti è tornato il mal di testa, Rik?»

«No. Effettivamente ricordo qualcosa. Ricordo qual era il mio lavoro prima… prima!»

Non sapeva se doveva parlargliene. Abbassò gli occhi. Il sole caldo e gradevole era da almeno due ore al di sopra dell’orizzonte. Le monotone file di cubicoli per operai che si stendevano tutt’intorno agli opifici erano brutte, ma Rik sapeva che non appena avessero raggiunto l’erta, il campo sarebbe apparso ai loro sguardi in tutto il suo splendore d’oro e di porpora.

Gli piaceva contemplare i campi. Sin dal principio la loro presenza lo aveva placato e riconfortato. In quei giorni, durante i turni di riposo, Valona si faceva dare in prestito una motoretta diamagnetica e lo portava fuori del villaggio. Circolavano veloci, a pochi centimetri dalla superficie stradale, scivolando sull’imbottita levigatezza del campo antigravitazionale, finché venivano a trovarsi lontani miglia e miglia da ogni abitazione umana e intorno a loro non vi era che il kyrt in fiore. Si mettevano allora a sedere sul ciglio della strada, attorniati di colori e di profumi, finché non giungeva l’ora di rientrare.

Quel ricordo commosse Rik. Disse: «Andiamo nei campi, Lona.»

«È tardi.»

«Per favore! Solo qui vicino! Appena fuori di città.»

Valona toccò il sottile borsellino che teneva sotto la cintura di morbida pelle turchina, il solo lusso che si concedeva nel vestire.

Rik la prese per un braccio: «Andiamo a piedi.»

Mezz’ora dopo lasciavano la strada maestra e imboccavano i sentieri senza polvere di sabbia compressa. Un pesante silenzio li circondava e Valona si sentì attanagliare da una ben nota paura. Che cosa succederebbe se lui la lasciasse? Era piccolo, non più alto di lei. In un certo senso era ancora come un bambino in fasce, ma prima che gli avessero spento la mente doveva essere stato un uomo colto e importante.

Valona non sapeva che leggere e scrivere e quel tanto di tecnologia industriale che le consentiva di manovrare le macchine dell’opificio, ma sapeva pure che non tutti erano così limitati. C’era il Borgomastro, naturalmente, il cui grande sapere era così prezioso per tutti loro. Di quando in quando poi giungevano in visita di ispezione i Signori. Da vicino non li aveva mai visti ma una volta, durante un giorno di festa, aveva visitato la città e in lontananza aveva veduto un gruppo di persone incredibilmente meravigliose. Ogni tanto era concesso ai lavoratori di ascoltare quel che diceva la gente istruita. Parlavano in modo diverso, più scorrevole, con parole più lunghe e intonazioni più dolci. Così aveva incominciato a parlare anche Rik a mano a mano che la memoria migliorava.

Le sue prime parole l’avevano spaventata. Le erano giunte improvvise, dopo che aveva a lungo pianto per un mal di testa. Sin da allora aveva temuto che potesse ricordare troppe cose e che la lasciasse. Lei non era che Valona March. La chiamavano la Grossa Lona. Non si era mai sposata, né mai si sarebbe sposata. Una ragazzona grande e grossa come lei, dalle mani arrossate dal lavoro, non poteva sposarsi. Doveva accontentarsi di guardare scontrosa e risentita i giovani che la ignoravano alle feste, durante i giorni di riposo. Ma quando era venuto Rik le era parso di aver trovato un bambino. Doveva essere nutrito e curato, bisognava portarlo fuori al sole e curarlo quando quegli atroci mali di testa lo torturavano.

I ragazzi solevano correrle dietro ridendo e urlando: «Lona ha trovato un amico! La Grossa Lona ha trovato un amico matto. L’amico di Lona è un Rik.»

Più tardi, quando Rik fu in grado di camminare da solo ed era uscito solo per le strade del villaggio, si erano messi a girargli intorno, strepitando e schernendolo per il piacere meschino di vedere un uomo adulto coprirsi gli occhi impaurito e ritrarsi, incapace di rispondere ai loro insulti se non con piagnucolii. Quante volte Lona era uscita di casa come una furia, minacciandoli coi pugni.

Persino gli uomini temevano quei pugni. Aveva abbattuto con un sol colpo il suo caporeparto, il primo giorno in cui aveva portato Rik a lavorare all’opificio, per via di una osservazione scurrile sul loro conto che l’altro aveva fatta. Il consiglio di fabbrica l’aveva multata per quell’incidente, togliendole una settimana di paga, e l’avrebbero probabilmente mandata in Città, davanti al tribunale dei Signori per essere nuovamente processata, se il Borgomastro non si fosse interposto adducendo l’attenuante della provocazione.

Per questo Valona desiderava che Rik non continuasse a ricordare. Sapeva di non avere niente da offrirgli; certo, era egoista a desiderare che lui restasse per sempre con la mente vuota, incapace di pensare, ma il ritorno alla sua squallida solitudine l’atterriva.

Disse: «Sei sicuro di ricordare, Rik?»

«Sì.»

Si fermarono in mezzo ai campi ancora più ardenti e luminosi sotto la vampa del sole che tramontava. Presto si sarebbe levata la mite, profumata brezza della sera.

Rik disse: «Posso fidarmi dei miei ricordi a mano a mano che mi tornano alla memoria. Tu lo sai che lo posso, Lona. Per esempio non mi hai insegnato tu a parlare. Le parole me le sono ricordate da solo. Non è vero, forse?»

Valona rispose a malincuore: «Sì.»

«E adesso ricordo qualcosa di me di prima. Perché deve esserci stato un prima, Lona.»

Si, doveva esserci stato un prima. Quando ci pensava, sentiva una fitta al cuore. Era un prima diverso, che non assomigliava in niente all’ora in cui vivevano adesso. Era stato su un mondo diverso, anche Valona lo sapeva perché la sola parola che Rik non fosse mai riuscito a ricordare era “kyrt”. Aveva dovuto insegnargliela come la rappresentazione della cosa più importante esistente nell’universo di Florina.

«Che cosa ricordi?» domandò.

A quelle sue parole l’animazione di Rik parve improvvisamente spegnersi. «Ben poco, Lona» rispose, titubante. «Ricordo soltanto che una volta avevo un’occupazione, e ricordo anche quale occupazione fosse, in un certo senso, almeno.»