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Nell’abbassare il cannocchiale, Franz sorrise all’idea di qualche hippy che salutava con una danza rituale il sole del mattino, su una collina posta in mezzo alla città, appena emersa dalla nebbia. E che cantava, anche, senza dubbio, se qualcuno fosse stato in grado di udirlo: senza dubbio, ululati lamentosi e sgradevoli come quelli delle sirene che si levavano ancora in lontananza, del tipo che ti agghiaccia il sangue se lo senti da vicino.

Doveva trattarsi di qualcuno dell’Haight-Ashbury, probabilmente. Il sacerdote drogato di qualche moderna divinità solare, che danzava nel suo piccolo, improvvisato Stonehenge in cima alla collina. In un primo momento, la cosa lo aveva sorpreso, ma adesso gli pareva soltanto una bizzarria.

All’improvviso, si levò il vento. Doveva chiudere la finestra? No, adesso l’aria era di nuovo immobile. Era stato soltanto un soffio capriccioso.

Posò il binocolo sulla scrivania, accanto a due libri vecchi e sottili. Quello che stava sopra, rilegato in tela color grigio sporco, era aperto al frontespizio, su cui si leggeva, nella composizione grafica e nei caratteri utilitaristici che lo qualificavano come un prodotto di fine Ottocento (il cattivo lavoro di un cattivo tipografo, senza alcuna preoccupazione di ordine artistico): Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica, di Thibaut De Castries.

Ora, quella sì che era una strana coincidenza! Si chiese se il sacerdote drogato, dalla lunga veste color terra (o la roccia danzante, se era solo per quello!) sarebbe stato qualificato da quel vecchio fissato di Thibaut come uno degli “eventi segreti” che si dovevano verificare nelle grandi città, a stare a quel che diceva nel presuntuoso, severo libro da lui scritto verso il 1890. Poi Franz si ripromise di leggerne qualche altra pagina, e anche qualche pagina dell’altro libro.

Ma non adesso, si disse all’improvviso, girandosi di nuovo verso il tavolino dov’era posato, sopra una busta commerciale grossa e pesante, già affrancata e indirizzata al suo agente di New York, il dattiloscritto della sua ultima trascrizione romanzata (I segreti del sovrannaturale, n. 7: Le torri del tradimento) ormai pronta per la spedizione, a parte un ultimo tocco descrittivo che si era ripromesso di controllare e di aggiungere: gli piaceva dare ai lettori qualcosa che valesse il denaro speso, anche se quella serie era pura narrativa d’evasione e costituiva un’attività marginale, tutt’al più, da parte sua.

Ma questa volta, si disse, avrebbe spedito il manoscritto senza tocco finale, e per quel giorno si sarebbe concesso una vacanza: anzi, cominciava ad avere una certa idea di che cosa farsene, di una giornata libera. Con solo un leggerissimo rimorso all’idea di defraudare un poco i lettori, si vestì, si preparò una tazza di caffè da portare giù da Cal e poi, come per un ripensamento, prese sotto braccio i due vecchi libri (voleva farli vedere alla ragazza) e infilò il binocolo nella tasca della giacca, casomai gli venisse la voglia di dare un’altra occhiata a Corona Heights e al suo pazzo dio delle rocce.

3

Nel corridoio, Franz passò davanti alla porta nera, priva di maniglia, dello stanzino delle scope, in disuso da anni, e allo sportello, chiuso con il lucchetto, di un vecchio scivolo per la biancheria o di un montacarichi (nessuno ricordava che cosa fosse, esattamente), e alla grande porta dorata dell’ascensore con accanto la strana finestra nera; scese le scale protette da una passatoia rossa, che scendevano da un piano all’altro con rampe ad angolo retto, sei gradini, poi tre, poi sei, intorno alla tromba rettangolare, sormontata dal lucernario sporco, due piani sopra il suo.

Non si fermò al piano di Gunnar e Saul, il quinto, quello sotto il suo, ma si limitò a dare un’occhiata alle loro porte, l’una di fronte all’altra, situate accanto alle scale, e poi scese al quarto piano.

A ogni pianerottolo vide le stesse finestre nere che non si potevano aprire, le stesse porte nere senza maniglia, nei corridoi vuoti dalla passatoia rossa. Era strano: i vecchi edifici avevano spazi segreti che non erano esattamente nascosti, ma che non venivano mai presi in considerazione, come i cinque pozzi di ventilazione del suo, con le finestre dipinte di nero (chissà quando) per nascondere la sporcizia, e i ripostigli delle scope caduti in disuso, che avevano perso la loro funzione quando non era più stato possibile trovare domestiche a basso costo, e, negli zoccoli delle pareti, le aperture rotonde, rigorosamente tappate, del sistema aspirapolvere generale che sicuramente non veniva più usato da decenni. Franz pensava che nessuno, in quell’edificio, li vedesse mai consapevolmente, tranne lui, che era stato da poco richiamato alla realtà dalla torre TV e da tutto il resto. Quel giorno, lo fecero pensare per un momento ai vecchi tempi in cui quel palazzo era probabilmente un piccolo hotel, con i fattorini dalla faccia di scimmia e le cameriere che nella fantasia di Franz dovevano essere francesi, con gonne corte e risate sommesse e maliziose (ma che più probabilmente erano chissà che sguattere sciatte, commentò la sua ragione). Bussò al 407.

Era una delle giornate in cui Cal aveva l’aria di una seria studentessa diciassettenne, coronata di lievi sogni, e non della donna di ventisette anni che era in realtà. Capelli lunghi e scuri, occhi azzurri, sorriso sereno. Erano andati a letto due volte, ma ora non si baciarono: sarebbe parso presuntuoso da parte di lui, perché Cal non si offerse di farlo, e del resto Franz non aveva ancora deciso di impegnarsi fino in fondo in quella relazione.

Cal lo invitò a entrare e a fare colazione con lei. Benché identica a quella di Franz, la stanza di Cal sembrava molto più bella, addirittura troppo per quel palazzo; lei l’aveva riverniciata completamente, con l’aiuto di Gunnar e di Saul. Però, da quel piano non si godeva di nessuna vista. C’erano un leggìo per gli spartiti, accanto alla finestra, e un organo elettronico che era costituito quasi unicamente dalla tastiera e che aveva anche una cuffia per fare esercizio senza disturbare, oltre agli altoparlanti.

— Sono sceso perché ho sentito che hai messo Telemann — disse Franz.

— Forse l’ho fatto apposta per chiamarti — rispose con disinvoltura la ragazza, indaffarata con i fornelli e il tostapane. — La musica ha una sua magìa, sai?

— Pensi al Flauto magico? — chiese lui. — Tu saresti capace di trasformare in un flauto magico anche un registratore.

— In tutti gli strumenti a fiato c’è una magìa — gli assicurò Cal. — Dicono che Mozart abbia cambiato la storia del Flauto magico quando era già arrivato a metà, perché era simile a quella di un’opera concorrente, Il fagotto incantato.

Franz rise e disse: — Le note musicali, comunque, posseggono almeno un potere sovrannaturale. Possono levitare, salire nell’aria. Anche le parole possono farlo, naturalmente, ma meno bene.

— E come fai a saperlo? — chiese lei, girando la testa.

— L’ho scoperto nei cartoon e nelle vignette — spiegò Franz. — Le parole hanno bisogno di essere sostenute da un fumetto, ma le note si alzano in volo da sole, dal pianoforte o da quel che è.

— Hanno piccole ali nere — rifletté lei. — Perlomeno le crome e le note ancor più brevi. Ma quel che dici è vero. La musica è in grado di volare, è assoluta libertà, e riesce a liberare anche le altre cose, le fa volare e danzare.

Franz annuì. — Vorrei che tu liberassi le note della tua tastiera, comunque, e che le lasciassi danzare fino a me, quando ti eserciti al clavicembalo — disse, indicando lo strumento elettronico — invece di tenerle chiuse nella cuffia.

— Tu saresti l’unico ad apprezzare la cosa.

— Ci sono Gunnar e Saul.

— Le loro stanze sono in un’altra colonna. E, poi, anche tu ti stuferesti di scale e arpeggi.