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E poi le nubi scomparvero.

La sua pipa colpì le assi del portico con un lieve schiocco, gettando uno spruzzo di tabacco bruciato sui gradini. Non si era reso conto di averla lasciata andare. Renald esitò, guardando il cielo azzurro ora vuoto, rendendosi conto che stava rabbrividendo per nulla.

Le nubi erano di nuovo all’orizzonte, lontane circa quaranta leghe. Rintronavano in modo sommesso.

Raccolse la pipa con una mano tremante, chiazzata dall’età e scurita da anni passati al sole. È solo uno scherzo della tua mente, Renald, si disse. Stai uscendo di testa, certo come due più due fa quattro.

Era sulle spine per via del raccolto. Quello lo metteva sulle spine. Anche se con i ragazzi usava parole ottimistiche, non era naturale e basta. Ormai sarebbe dovuto germogliare qualcosa. Aveva coltivato quella terra per quarantanni! L’orzo non ci metteva molto a germogliare. Che fosse folgorato, no che non ci metteva molto. Cosa stava succedendo al mondo di questi tempi? Non ci si poteva fidare che le piante germogliassero, e le nuvole stessero dove avrebbero dovuto.

Si costrinse a rimettersi a sedere sulla sua sedia, le gambe che gli tremavano. Eh già , sto diventando vecchio…, pensò.

Aveva lavorato come agricoltore per tutta la sua vita. Non era facile nelle Marche di Confine, ma se lavoravi sodo, potevi ottenere una vita prospera coltivando raccolti resistenti.

‘Un uomo ha tanta fortuna quanti semi ha nel campò aveva sempre detto suo padre.

Be’, Renald era uno degli agricoltori più prosperi della zona. Tanto da comprare le due fattorie accanto alla sua e da poter portare al mercato trenta carri ogni autunno. Ora aveva sei bravi uomini a lavorare per lui, che aravano i campi e tenevano in buono stato gli steccati. Non che ogni giorno non dovesse calarsi nel letame e mostrare loro cosa voleva dire coltivare per bene. Non potevi lasciare che un po’ di successo ti rovinasse.

Sì, aveva lavorato la terra, vissuto la terra, come suo padre era sempre solito dire. Comprendeva il tempo atmosferico meglio di chiunque altro. Quelle nubi non erano naturali. Rintronavano piano, come ringhi animali in una notte buia. In attesa. In agguato nei boschi circostanti.

Sobbalzò a un nuovo boato di tuono che parve troppo vicino.

Quelle nubi erano lontane quaranta leghe? Era questo che aveva pensato? Ora che le esaminava, gli pareva che fossero a dieci.

«Non metterti in testa strane cose» borbottò fra se. La sua voce gli dava una sensazione buona. Reale. Era bello sentire qualcosa di diverso da quel rombo e dall’occasionale cigolio delle imposte al vento. Non doveva essere in grado di sentire Auaine all’interno, intenta a preparare la cena?

«Sei stanco. Tutto qua. Stanco.» Frugò nella tasca del suo farsetto e tirò fuori il portatabacco.

Un debole rimbombo provenne da destra. Sulle prime, immaginò che fosse il tuono. Però questo rimbombo era troppo stridulo, troppo regolare. Non era un tuono. Erano ruote in movimento.

E infatti un grosso carro tirato da un bue sormontò la collina di Mallard, appena a est. Era stato Renald stesso a darle quel nome. Ogni collina che si rispetti ha bisogno di un nome. La strada era chiamata strada di Mallard. Perciò perché non dare lo stesso nome anche alla collina?

Si sporse in avanti sulla sedia, ignorando di proposito quelle nuvole mentre strizzava gli occhi verso il carro, cercando di distinguere il volto del carrettiere. Thulin? Il fabbro? Cosa stava facendo, come poteva guidare un carro tanto carico da toccare il cielo? Sarebbe dovuto essere al lavoro sul nuovo aratro di Renald!

Anche se era snello per il mestiere che faceva, Thulin era comunque muscoloso il doppio di qualunque bracciante. Aveva i capelli scuri e la pelle abbronzata di uno Shienarese, e teneva il volto rasato secondo la loro moda, ma non portava il codino. La famiglia di Thulin poteva far risalire le proprie origini fino ai guerrieri delle Marche di Confine, ma lui stesso era solo un semplice campagnolo come il resto di loro. Gestiva la fucina a Oak Water, cinque miglia a est.

Renald aveva giocato parecchie partite di sassolini con il fabbro durante le sere invernali. Thulin stava invecchiando: non aveva visto tanti anni quanto Renald, ma gli ultimi inverni lo avevano indotto ad accennare al ritiro. Quello del fabbro non era un mestiere per vecchi. Ovviamente non lo era nemmeno quello del coltivatore. Chissà se esistevano dei mestieri per vecchi.

Il carro di Thulin si avvicinò per la strada in terra battuta, giungendo presso il prato recintato di bianco di Renald. Questo sì che è strano, pensò l’agricoltore. Dietro il carro procedeva una fila ordinata di animali: cinque capre e due vacche da latte. Stie di polli dalle penne nere erano legate all’esterno del carro, mentre il pianale stesso era stracolmo di mobili, sacchi e barili. La giovane figlia di Thulin, Mirala, sedeva a cassetta con lui, accanto a sua moglie, una donna dai capelli dorati originaria del Sud. Era sposata con Thulin da venticinque anni, ma Renald pensava ancora a Gallanha come ‘quella ragazza del Sud’.

Su quel carro c’era l’intera famiglia, con i loro migliori animali al seguito. Era ovvio che si stavano trasferendo. Ma dove? In visita a dei parenti, forse? Lui e Thulin non giocavano una partita a sassolini da… oh, ormai erano tre settimane. Non era certo tempo di visite, con l’avvento della primavera e la fretta della semina. Qualcuno avrebbe dovuto riparare gli aratri e affilare le falci. Chi l’avrebbe fatto se la forgia di Thulin si fosse raffreddata?

Renald infilò un pizzico di tabacco nella sua pipa mentre Thulin arrestava il carro accanto alla sua proprietà. Il fabbro snello e brizzolato porse le redini a sua figlia, poi scese dal carro, con i piedi che sollevarono sbuffi di polvere nell’aria quando colpirono il terreno. Dietro di lui la tempesta distante ribolliva ancora.

Thulin aprì il cancello del recinto, poi si diresse verso il portico. Pareva distratto. Renald aprì la bocca per salutarlo, ma fu Thulin a parlare per primo.

«Ho seppellito la mia incudine migliore nel vecchio campo di fragole di Gallanha, Renald» disse il fabbro. «Ti ricordi dov’è, vero? Ci ho messo anche i miei attrezzi migliori. Sono ben ingrassati e si trovano all’interno del mio forziere più resistente, foderati per tenerli all’asciutto. Questo dovrebbe impedire che si arrugginiscano. Per un po’, almeno.»

Renald chiuse la bocca, tenendo la sua pipa mezza piena. Se Thulin stava seppellendo la sua incudine… be’, significava che non aveva intenzione di tornare indietro per un bel po’.

«Thulin, cosa…»

«Se non torno,» disse Thulin, lanciando un’occhiata verso nord «dissotterreresti le mie cose e fa resti in modo di occupartene? Vendile a qualcuno che ci tenga, Renald. Non vorrei che fosse uno qualunque a battere su quell’incudine. Mi ci sono voluti vent’anni per racimolare quegli attrezzi, sai?»

«Ma Thulin!» farfugliò Renald. «Dove stai andando?»

Thulin si voltò di nuovo verso di lui, appoggiando un braccio sulla ringhiera del portico, con un’aria solenne negli occhi castani. «C’è una tempesta in arrivo» disse. «Perdo ho pensato che era meglio dirigermi a nord.»

«Una tempesta?» chiese Renald. «Quella all’orizzonte, intendi? Thulin, pare brutta — ah, sì, che le mie ossa siano folgorate — ma non ha senso scappare. Abbiamo avuto brutte tempeste in precedenza.»

«Non come questa, vecchio amico» disse Thulin. «Questo non è il genere di tempesta che si possa ignorare.»

«Thulin?» chiese Renald. «Di cosa stai parlando?»

Prima che lui potesse rispondere, Gallanha lo chiamò dal carro.

«Gli hai detto delle pentole?»

«Ah,» disse Thulin «Gallanha ha lucidato quelle pentole col fondo di rame che a tua moglie sono sempre piaciute. Sono sul tavolo in cucina che aspettano solo Auaine, se vuole andarle a prendere.» Detto questo, Thulin fece un cenno col capo a Renald e s’incamminò verso il carro. Renald sedette stupefatto. Thulin era sempre stato un tipo schietto: preferiva dire quello che gli passava per la testa, poi andare avanti. Era parte di quello che a Renald piaceva di lui. Ma il fabbro poteva anche passare attraverso una conversazione come un macigno che rotolava in mezzo a un gregge di pecore, lasciando chiunque sbalordito.