«Ma certo. Non gestivo un asilo. Fui felice quando decise di tornare a casa.»
«Sapeva che aveva intenzione di riportare solo uno dei gemelli a St. Helena?»
«Sì, credo fosse questa la sua intenzione.»
«Le ha forse detto che cosa voleva fare dell’altro bambino?» intervenne Joshua precedendo Hilary.
«Penso volesse farlo adottare,» rispose Mrs Yancy.
«Lei pensa?» sbottò Joshua, esasperato. «Non era minimamente preoccupata per quello che avrebbe potuto succedere a due creature indifese, nelle mani di una donna evidentemente squilibrata?»
«Si era ripresa.»
«Stronzate.»
«Glielo assicuro, se l’avesse incontrata per strada, non avrebbe mai immaginato che avesse dei problemi.»
«Ma per l’amor del cielo, dietro quella facciata…»
«Era la madre,» ribattè Mrs Yancy. «Non avrebbe fatto loro alcun male.»
«Lei non poteva esserne sicura,» continuò Joshua.
«Certo che ne ero sicura,» recitò Mrs Yancy. «Ho sempre avuto il massimo rispetto per la maternità e per l’amore di una madre. L’amore di una madre può operare miracoli.»
Ancora una volta, Joshua dovette reprimere l’impulso di afferrarla per i capelli.
Tony obiettò: «Katherine non avrebbe potuto far adottare il bambino. Non in mancanza di un certificato di nascita che provasse che il neonato era suo.»
«Questo lascia aperta la strada a possibilità decisamente meno simpatiche,» mormorò Joshua.
«Onestamente, non riesco a capirvi,» protestò Mrs Yancy scuotendo la testa e accarezzando il gatto. «Volete sempre credere al peggio. Non ho mai conosciuto persone più pessimiste di voi. Non avete mai pensato che forse si è limitata a lasciare uno dei due bambini davanti a una porta? Probabilmente l’avrà abbandonato davanti a un orfanotrofio o a una chiesa, in un luogo dove avrebbero potuto trovarlo facilmente e prendersi cura di lui. Immagino sia stato adottato da una giovane coppia facoltosa, in grado di offrirgli una casa confortevole, tanto amore, un’ottima istruzione e una miriade di vantaggi.»
Bruno Frye si sentiva nervoso, annoiato, solo, impaurito, a tratti sonnolento, ma molto più spesso frenetico. In attesa che calasse la notte, trascorse il martedì pomeriggio a conversare con la parte di sé che era morta. Sperava di calmare la sua mente irritata e di riacquistare una fredda determinazione, ma non riuscì a compiere grandi progressi in tal senso. Decise che si sarebbe sentito sicuramente più felice e meno solo se avesse potuto guardare se stesso negli occhi, come ai vecchi tempi, quando trascorrevano il tempo così, seduti l’uno di fronte all’altro e comunicavano fra loro senza bisogno di parole: quando erano una cosa sola. Si ricordò della scena nel bagno di Sally, accaduta solo poche ore prima, quando si era fermato davanti allo specchio e aveva confuso la propria immagine riflessa con quella di se stesso. Guardando negli occhi quello che pensava essere il suo altro sé, si era sentito meravigliosamente bene, in pace con il mondo. Ora doveva assolutamente recuperare quello stato mentale. E non c’era niente di meglio che guardare se stesso diritto negli occhi, per quanto fossero ormai vuoti e ciechi. Ma l’altro era sdraiato sul letto, con gli occhi serrati. Bruno sfiorò l’altro Bruno, quello morto, e sentì due orbite gelide; le palpebre non volevano sollevarsi nonostante il tocco delicato delle sue dita. Esaminò i contorni e avvertì le suture agli angoli, i minuscoli nodi di filo che tenevano abbassate le palpebre. Eccitato all’idea di tornare ad ammirare gli occhi dell’altro, Bruno si alzò di scatto e si precipitò da basso alla ricerca di un rasoio, di un paio di forbicine, di spilli, di un uncinetto e degli altri strumenti chirurgici di fortuna necessari per riaprire le palpebre dell’altro Bruno.
Tony si rese conto che, se anche Rita Yancy avesse avuto altre informazioni sui gemelli Frye, né Hilary né Joshua sarebbero riusciti a farla parlare. Da un momento all’altro uno dei due sarebbe scoppiato con una frase pungente, salace o cattiva, la donna si sarebbe offesa e avrebbe ordinato loro di andarsene.
Tony sapeva che Hilary era profondamente scossa dalle analogie esistenti fra la sua stessa infanzia e la tragedia di Katherine e si era infuriata davanti ai diversi atteggiamenti di Rita Yancy: gli scoppi di falso moralismo, i brevi attimi di sentimentalismo sciropposo e poco sentito e invece l’autentica e costante mancanza di sensibilità.
Joshua soffriva di una perdita di stima nei confronti di se stesso perché aveva lavorato per venticinque anni al servizio di Katherine senza sospettare la tranquilla follia che ribolliva sotto un’apparente calma ben calibrata. Era disgustato con se stesso e quindi ancora più irritabile del solito. Inoltre, Rita Yancy era il genere di persona che Joshua avrebbe disprezzato anche in circostanze normali e quindi la sua pazienza era già al limite.
Tony si alzò dal divano e si avvicinò allo sgabello posto davanti alla sedia di Rita Yancy. Si sedette, giustificando l’azione con il desiderio di accarezzare il gatto. Così facendo, si venne a trovare fra la donna e Hilary e bloccò contemporaneamente Joshua, che sembrava sul punto di afferrare Mrs Yancy per il collo. Dallo sgabello avrebbe potuto continuare a interrogarla senza dare nell’occhio. Senza smettere di accarezzare il gatto, Tony continuò a chiacchierare con la donna, cercando di accattivarsi le sue simpatie con il fascino e la diplomazia che avevano sempre contraddistinto Tony Clemenza negli incarichi svolti per conto della polizia.
Alla fine, le chiese se c’era qualcosa di strano nella nascita dei due gemelli.
«Strano?» domandò Mrs Yancy, perplessa. «Non crede che tutta questa maledetta faccenda sia strana?»
«Ha ragione,» ammise. «Forse non le ho rivolto la domanda nel modo giusto. Volevo sapere se aveva notato qualcosa di strano nella nascita in sé, nel travaglio o nelle contrazioni di Katherine, qualcosa di particolare nello stato dei bambini appena nati. Insomma, qualcosa di anomalo, di curioso.»
Gli occhi le si illuminarono mentre le parole di Tony facevano scattare un interruttore nella sua memoria.
«A dire la verità,» esclamò, «c’era qualcosa di strano.»
«Mi lasci indovinare,» la interruppe. «Entrambi i bambini sono nati coperti dalla membrana amniotica.»
«Esatto! Come fa a saperlo?»
«Ho solo tirato a indovinare.»
«Come no!» Gli sventolò un dito davanti alla faccia. «Lei è molto più in gamba di quanto voglia far credere.»
Si sforzò di sorriderle. Fece molta fatica perché non c’era niente in Rita Yancy che potesse strappargli un sorriso spontaneo.
«Sono nati tutt’e due con quella membrana,» spiegò. «Avevano la testolina completamente coperta. Naturalmente, al dottore erano già capitati casi del genere, ma secondo lui c’era una possibilità su un milione che due gemelli nascessero così.»
«Katherine se n’era accorta?»
«Della membrana? Non subito. Urlava per il dolore. E nei tre giorni successivi era completamente fuori di sé.»
«Ma poi?»
«Sono sicura che è stata informata,» disse Mrs Yancy. «Non è il genere di cose che si nasconde a una madre. Anzi… ricordo di avergliene parlato io stessa. Sì. Sì, sono stata io. Me lo ricordo benissimo. Era rimasta affascinata. Ci sono persone convinte che un bambino nato coperto dalla membrana amniotica abbia il dono della preveggenza.»
«Anche Katherine ci credeva?»
Rita Yancy aggrottò le sopracciglia. «No. Secondo lei era un segno nefasto, non positivo. Leo si interessava di fenomeni soprannaturali e Katherine aveva letto qualche libro della sua raccolta. In uno di questi, c’era scritto che quando due gemelli nascono coperti dalla membrana amniotica, allora… non ricordo esattamente che cosa mi ha raccontato, ma non era niente di positivo. Era un presagio infausto o roba del genere.»